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Lo studioso è (anche) colui che legge la quotidianità in maniera diversa rispetto ai suoi simili.
Srinivasa Ramanujan era un matematico indiano. Era un religioso, un bramino che prima di partire per Cambridge consultò oracoli ed indovini. Ma era anche un talento assoluto, uno che arrivava senza errori all’enunciazone dei teoremi prima che alla dimostrazione degli stessi.
Tormentato da gravi problemi di salute, morì a soli 33 anni.
Mentre agonizzava, andò a trovarlo il suo amico inglese Godfrey H. Hardy, altro eminente matematico. Ma Hardy, a differenza di Ramanujan non sarebbe passato alla storia. Hardy era un accademico, Ramanujan un genio.
Il professore britannico si recò nel paesino dove l’amico languiva. Prese il taxi n. 1729. E si mise a conversare con l’ammalato proprio di quel numero, dicendo che l’aveva letto come un cattivo segno, perchè il 1729 non era un numero interessante.
Srinivasa Ramanujan, pur febbricitante, si alzò per un attimo dal letto e scosse la testa con vigore. Guardò Hardy sorridendo e gli rispose: «Tutt’altro, caro amico. 1729 è una cifra molto interessante: corrisponde al più piccolo intero esprimibile come la somma di due cubi in due modi distinti».


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