barbie world
Si è già scritto abbastanza della questione del ritiro dal mercato di alcuni prodotti Mattel per colpa di un’elevata presenza di piombo nelle vernici e di alcuni piccoli magneti che si staccavano troppo facilmente.
La stessa gestione della crisi da parte dell’azienda sta ricevendo parecchi commenti positivi da parte degli analisti, visto che sembra improntata alla trasparenza ed alla ricerca dell’empatia/identificazione tra consumatore e azienda: lo stesso CEO, Bob Eckert, non ha mancato di ricordare che è padre di quattro ragazzi, durante il proprio videomessaggio di scuse al mondo.
Insomma, Mattel è riuscita più o meno a limitare i danni, che nella coscienza collettiva sono andati a ricadere sul Grande Satana di questi mesi: la Cina (tutti sanno che i prodotti incriminati sono stati realizzati proprio nel Paese di Confucio). Complice l’avvicinarsi delle Olimpiadi del 2008, l’opinione pubblica sta infatti riversando un’attenzione continua e per certi versi morbosa a tutto ciò che accade dalle parti di Pechino. I cinesi copiano le Ferrari. I cinesi mettono l’antigelo nel dentifricio. Addirittura, quando arrivano in Italia, i cinesi turbano l’ordine costituito delle nostre città.
Nessuno nega che alcuni aspetti del sistema cinese, socialista di facciata e in realtà vittima di un liberismo sfrenato, siano assolutamente criticabili, ma il sottoscritto ci sente ugualmente puzza di bruciato. Un deja vu del periodo in cui si diceva che erano i giapponesi a copiare tutto e a mangiare schifezze. Ed era proprio il periodo del boom produttivo del Sol Levante.
In pratica, quando un paese lontano geograficamente e culturalmente dal nostro minaccia di diventare una superpotenza economica, si scatena un coro di voci per screditarlo. Reazione spontanea alla minaccia o campagna orchestrata? Probabilmente un insieme delle due cose.



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